Ue, clima: 2 mld per i paesi poveri

COPENHAGEN, Danimarca -- Il clima è teso. Dopo tre giorni di negoziati, in cui l'Unione Europea è arrivata a sostenere che non ci sarà accordo alcuno sul clima perchè non tutti i paesi sono pronti a recepirlo, il confronto stavolta vede contrapposti paesi ricchi e paesi poveri.
Le accuse, neanche tanto velate, fra i due fronti rischiano di mandare in stallo i già difficili negoziati. Secondo i paesi poveri, il mondo ricco starebbbe effettuando un presunto tentativo di accaparrarsi la regia della lotta al clima. A dar fuoco alle polveri una bozza - riservatissima - stilata dalla presidenza danese del summit.
Ebbene, il documento fisserebbe per il 2050 diritti di emissione pro-capite doppi per i Paesi sviluppati rispetto a quelli meno industrializzati. E non è tutto. Per gestire il meccanismo, il processo decisionale passerebbe dall'Onu a un club non ancora precisato di Paesi ricchi.
"Si tratta di una violazione che minaccia il successo del processo negoziale" ha sbottato il delegato sudanese Lumumba Dia Ping, a nome dei 130 Paesi in via di sviluppo. La Danimarca si è affrettata a smentire. I danesi hanno negato l’esistenza di un "testo segreto" e precisato che si tratta solo di "bozze di lavoro".
Ma a questo punto sarà difficile recuperare la fiducia dei Paesi poveri, se non a vagonate di denaro. Il vertice dunque è tutto in salita. E nonostante le dichiarazioni del segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon - "mi aspetto un accordo solido che entri subito in vigore" - la sensazione è che Copenhagen non partorirà alcun trattato.E' stato più realista del re il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso che davanti ai giornalisti di tutto il mondo ha detto che ritiene fattibile un’intesa di massima anche con obiettivi importanti, ma un testo vincolante "non è possibile, non è stato preparato, ci sono alcuni partner che non sono pronti". Il riferimento era ovviamente a Cina e India.
Intanto la World Meteorological Organization ha presentato nuovi dati sul riscaldamento del pianeta. Secondo i climatologi il decennio 2000-2009 risulterà essere il più caldo da quando l’uomo ha cominciato a registrare le temperature in modo sistematico, ovvero dal 1850. Dati registrati in pianura, sugli oceani, così come in montagna.
E proprio di montagne e dell'impatto del cambiamento globale si parla in un evento a latere della conferenza di Copenhagen. Il titolo del side-event è "Mountains of the World: Addressing Climate Change through Sustainable Mountain Development". L'evento è organizzato dalla Mountain Partnership, dal governo del Liechtenstein e dall'Agenzia Svizzera allo sviluppo e alla cooperazione, sotto l'egida del governo elvetico e della Mountain Research Initiative.
La sessione è incentrata sulle conseguenze dei cambiamenti climatici sulle regioni di montagna. L'obiettivo è di stimolare l'impegno della politica verso specifiche strategie, programmi e progetti che favoriscano lo sviluppo delle montagne. Durante la sessione, parleranno gli esponenti delle comunità montane colpite dai cambiamenti climatici, i rappresentanti dei governi, gli esponenti del settore privato e delle agenzie di sviluppo e di ricerca scientifica. Fra queste ultime anche gli italiani del Comitato EvK2Cnr che con il loro progetto Share - la celebre rete di monitoraggio in alta quota che si estende su tre continenti-, raccolgono dati preziosi sul riscaldamento del pianeta. Dati che vengono forniti agli scienziati per le loro ricerche e l'elaborazione di soluzioni.
L'Italia, d'altronde, è molto attiva su questo fronte."L'Unione Europea è il terzo produttore di gas serra al mondo dopo Usa e Cina - ha spiegato il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo - dobbiamo tagliare drasticamente le nostre emissioni attraverso interventi di efficienza energetica, il ricorso a fonti rinnovabili, l'utilizzo di tutte le tecnologie disponibili (e anche di quelle da venire) per un futuro "low carbon".
"Il che significa intervenire nel comparto industriale, nei trasporti, nell'edilizia ma anche nelle abitudini quotidiane di ciascuno di noi" ha proseguito il ministro. "Il secondo nodo è quello dei paesi in via di sviluppo. Da qui al 2030 la sola Cina emetterà tanta CO2 quanta ne emettono oggi tutti i paesi del mondo. Dobbiamo trovare il modo perchè evitare danni al clima. Per far questo si devono offrire a questi paesi tecnologie capaci di produrre soprattutto energia a basse emissioni. E questo significa investimenti, risorse economiche da mettere sul piatto della trattativa di Copenhagen. Si tratta, insomma, di definire un nuovo modello di sviluppo mondiale basato sulla green economy", ha concluso il ministro.
Un primo passo potrebbe essere l'aiuto immediato che i capi di Stato e di governo dell'Unione europea discuteranno domani e venerdì. Si parla della concessione di 2 miliardi di euro l'anno per gli anni dal 2010 al 2012 ai Paesi in via di sviluppo per fronteggiare il riscaldamento climatico.
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