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Italia: la mappa del rischio tsunami

Autore: scienzetv
Data di creazione 05/09/2008 - 11:43
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ROMA -- Quando dici Tsunami, tornano in mente le immagini della tragedia nell'Oceano Indiano nel 2004. Ebbene, l'ipotesi che qualcosa simile, anche se su scala minore, possa accadere anche nel Mediterraneo non è poi così remota. Lo dicono una serie di ricerche portate a termine di recente dagli scienziati italiani.

Secondo gli studi, ci sarebbero almeno 5-6 episodi di tsunamii per ogni secolo, nel Mediterraneo. E gli esperti hanno anche individuato le coste più a rischio. Sarebbero quelle che sono prossime alle faglie sottomarine, ovvero quelle fratture della crosta terrestre che si muovono in continuazione, provocando terremoti. Minore - anche se non impossibile - la possibilità di tsunami causati da frane o eruzioni sottomarine.
 
L'Istituto nazionale di geofica e vulcanologia (Ingv) ha studiato queste possibilità. E i geologi Roberto Basili, Vanja Kastelic, Mara Tiberti e Gianluca Valensise, Stefano Lorito e Alessio Piatanesi ne hanno spiegato le caratteristiche. 

Secondo gli esperti dell'Ingv, solo un terremoto di 6 gradi Richter o superiore è in grado di generare uno tsunami nel Mediterraneo. In tal caso, l'onda d'urto che si trasferisce fondo marino alle acque soprastanti può arrivare fino a zone costiere lontane centinaia di chilometri.

Sono tre, sempre secondo l'Ingv, le possibili «sorgenti tsunamigeniche » del Mediterraneo. Partendo da est, c'è da segnalare l'Arco Ellenico - tra Cefalonia e l’Isola di Creta -, che in passato è stato teatro del più violento terremoto mai registrato nel Mediterraneo. Era il 365 d.C. e gli 8,4 gradi Richter del sisma scatenarono un violento maremoto che investì l’Italia Centro meridionale.

A ovest, poi, particolarmente attiva è la catena sommersa Atlante Tell, che si trova nel tratto di mare fra Gibilterra e il canale di Sicilia. Qui, nel 2003, un terremoto di 6,8 gradi Richter al largo della città lagerina di Boumedes, provocò uno tsumani che raggiunge, pur con poca potenza, le Isole Baleari.

Infine, la fascia sismogenetica Ustica-Eolie, nel Tirreno meridionale. Da qui, nel 1823 si scatenò un sisma da 6 Richter, cui seguì un maremoto in varie località tirreniche.

Secondo i calcoli dei ricercatori, sono circa 1.200 i chilometri di costa italiana - soprattutto sullo Ionio e il Canale di Sicilia - in cui l'onda di un eventuale maremoto potrebbe arrivare a un metro d'altezza. Le sorgenti nordafricane potrebbero invece generare tsunami fino a un metro di altezza sul versante meridionale della Sardegna. Mentre dalla fascia di Ustica potrebbero arrivare onde di mezzo metro su Palermo e Messina.

Sembrano poca cosa. Ma gli scienziati spiegano che le altezze calcolate riguardano l'onda davanti alla costa. Ovvero quella che è destinata a crescere - e di parecchio - prima di arrivare sulla terraferma. Inoltre, nel Mediterraneo abbiamo un altro problema: le piccole dimensioni del bacino e le velocità elevatissime (300 km/h) di propagazione delle onde. Il che, in soldoni, significa che per allertare le popolazioni ci sono solo poche decine di minuti prima che lo tsunami colpisca.

Per scongiurare il peggio è in fase di realizzazione un programma di difesa dai maremoti gestito dall’Unesco. Sarà basato sulle reti di rilevamento sismico e delle onde di diversi paesi del Mediterraneo. L'Italia vanta una rete sismica nazionale sviluppata dall’Ingv in grado di calcolare tempestivamente i parametri fondamentali di un terremoto, e quindi segnalare la possibilitò di uno tsunami e far scattare l'allerta.

Per quanto riguarda invece i maremoti generati da eruzioni vulcaniche e frane sottomarine, la Protezione Civile ha finanziato un progetto chiamato «Magic» che consiste in una mappatura dei fondali fino a 3.000 metri di profondità per individuare le potenziali sorgenti di rischio non sismiche.


Fonte:
http://www.scienze.tv/node/4297