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Scienze della mente

Laureati: uno su cinque non sa scrivere

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ROMA -- Italia, un Paese di laureati che non sanno scrivere. Per i "dottori" la lettura sarebbe un'attività quasi sconosciuta. E uno su cinque non riuscirebbe ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagine scritta (per intenderci, le istruzioni di un elettrodomestico). Lo sostiene l'ultimo report del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse.

Hanno superato moltissimi esami. E magari si sono anche laureati con la lode. Ma sorprende sapere che poi non capiscono il significato di termini come dirimere, duttile e faceto, presenti ogni giorno sui giornali. I risultati dell'indagine All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill) nel nostro Paese sono allarmanti: 21 laureati su 100 non riuscirebbero a decifrare una pagina che non sia al livello elementare.

Per non parlare della scrittura: un dottore su cinque non sarebbe in grado di scrivere un testo minimamente complesso in modo corretto. Un mese fa, a Roma, all'ultimo concorso per l'accesso alla magistratura si sono presentati quattromila candidati. I posti disponibili erano 380. Nonostante ciò 58 posti sono rimasti scoperti perchè le prove di 3700 candidati (tutti laureati) erano inaccettabili sul piano linguistico.

L'analfabetismo è ancora molto presente nel Bel Paese: secondo il censimento del 2001 gli italiani che non sapevano né leggere né scrivere erano quasi 800mila. In alcune regioni meridionali la quota di analfabetismo saliva vertiginosamente (una persona su dieci). Ma adesso il problema interessa anche i vertici della società culturale, cioè gli studiosi, che dopo cinque, sei, sette anni passati sui libri, non sanno cosa significhi scrivere in modo comprensibile per comunicare con gli altri.

In Italia l'8,8 per cento della popolazione è laureata (contro la media dei Paesi Ocse che è del 15 per cento). Però sette su cento non leggono mai, mentre un altro sette per cento legge solo l'indispensabile per il lavoro. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando gli capita di andare, raramente prende libri in prestito. "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l'informatica - spiega il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, fra gli autori della riforma universitaria -, ma non c'è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell'italiano".

Mentre in Francia e in Germania, come spiega il professor Serianni, gli atenei organizzano gare di ortografia, in Italia è difficile che gli allievi si iscrivano ai laboratori di scrittura a disposizione di tutti coloro che sono in debito di lingua. Ma se alla fine tutto ciò non avesse importanza? Perchè nel mondo del lavoro, almeno attualmente, spesso il laureato analfabeta non fa più fatica a trovare lavoro rispetto ai colleghi più letterati.

Fino a cinquant'anni fa, dice Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani, il fenomeno dell'analfabetismo era molto più evidente: otto italiani su dieci parlavano ancora il dialetto. "Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano" commenta De Mauro. Ma che italiano è senza comprensione e quindi, comunicazione? Secondo l'esperto si tratta di un'emergenza nazionale che tutti devono affrontare prima che sia troppo tardi.

Valentina Corti

 

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